Se oggi immaginiamo una casa rosa, il pensiero corre quasi inevitabilmente a Barbie. Altri penseranno a Hello Kitty, alle camerette delle bambine o a un immaginario dichiaratamente femminile. È un’associazione che ci appare naturale. Eppure, molto prima che diventasse il colore di una bambola, il rosa era già uno dei colori dell’abitare. Per secoli il rosa non aveva nulla a che vedere con il genere. Anzi, era uno dei colori più comuni dell’architettura.
Il motivo non era estetico. Era economico.
Molte delle tonalità rosate che ancora oggi caratterizzano città e borghi del Mediterraneo non derivavano da una scelta cromatica autonoma, ma dai materiali disponibili: calce, sabbie locali, cocciopesto ottenuto dalla macinazione dei laterizi, polveri di pietra e terre naturali. Il colore era la conseguenza della materia, non della moda, e contribuiva a costruire paesaggi profondamente legati al contesto.
Lo dimostrano numerosi centri storici italiani, ma anche casi emblematici come Jaipur, la celebre Pink City indiana. Qui il rosa fu adottato nel 1876 per accogliere il Principe di Galles, secondo una tradizione che associava questo colore all’ospitalità. Quella scelta, nata come gesto cerimoniale, si trasformò progressivamente nell’identità stessa della città, tanto che ancora oggi le normative urbane impongono il mantenimento delle caratteristiche tonalità rosate del centro storico.

Il significato del rosa cambia radicalmente nel Novecento. Contrariamente a quanto molti immaginano, nei primi decenni del secolo non esiste ancora una regola univoca: rosa e azzurro vengono associati all’infanzia e al genere in modi differenti, talvolta persino opposti. La ricostruzione della storica Jo B. Paoletti mostra infatti non tanto un semplice “rovesciamento” improvviso, quanto una lunga fase di oscillazione, prima che il codice rosa per le bambine e azzurro per i bambini si stabilizzi soprattutto a partire dalla metà del secolo. È infatti nel secondo dopoguerra che, attraverso la produzione industriale, i grandi magazzini e un marketing sempre più rivolto all’infanzia, il codice cromatico si irrigidisce fino ad assumere la forma che conosciamo oggi. Il rosa smette progressivamente di essere una tonalità tra le altre e diventa un segno di genere.
Questa trasformazione emerge con chiarezza anche nell’immaginario popolare. Nel 1959, ne La bella addormentata nel bosco, Flora e Serenella si contendono il colore dell’abito di Aurora: «Make it pink!»; «Make it blue!». La veste cambia continuamente tonalità sotto i colpi delle loro bacchette, come se il colore fosse ormai parte integrante dell’identità della principessa. Più che inventare un codice, la scena testimonia quanto rosa e azzurro fossero ormai diventati elementi immediatamente riconoscibili dell’immaginario occidentale.
È significativo che nello stesso anno nasca anche Barbie. La bambola ideata da Ruth Handler non sceglie semplicemente il rosa, ma costruisce intorno a esso un universo completo di abiti, automobili, accessori, mobili e naturalmente case. Il rosa smette così di raccontare la materia e comincia a raccontare un’identità, un’aspirazione e uno stile di vita. Hello Kitty, nata nel 1974, contribuirà successivamente a rafforzare questa associazione; sarà però soprattutto Barbie a trasformare il rosa in uno dei linguaggi visivi più potenti della cultura pop contemporanea.

Parallelamente a questa trasformazione culturale, nella maggior parte dell’Occidente le superfici rosate che per secoli avevano caratterizzato città e abitazioni venivano progressivamente sostituite da nuovi materiali industriali, dal cemento faccia a vista, dagli intonaci neutri e dall’estetica del bianco, del grigio e delle tonalità minerali. Il rosa non scomparve dalle case, ma perse il suo ruolo di colore “naturale” dell’abitare, diventando sempre più una scelta decorativa e sempre meno una conseguenza della materia. Per diversi decenni visse così una sorta di paradosso: diventava sempre più il colore della femminilità, proprio mentre smetteva di essere uno dei colori dell’abitare.

Questa, tuttavia, non è l’unica storia del rosa nel Novecento. Mentre la cultura pop americana lo trasformava progressivamente in un codice identitario, in Europa l’arte continuava a esplorarne le qualità materiche e percettive. Nei primi anni Sessanta Lucio Fontana realizzò alcuni dei suoi più intensi Concetti spaziali su tele rosa, dimostrando come quel colore potesse ancora essere superficie, luce e profondità, ben lontano dagli stereotipi che nel frattempo iniziavano ad accompagnarlo nell’immaginario collettivo.
Negli stessi anni, pochi architetti intrapresero una strada diversa. In Messico, del resto, il rosa aveva una storia e un significato molto diversi da quelli che stava assumendo nella cultura occidentale. Le sue radici affondano nella tradizione preispanica dei coloranti naturali, tra cui il rosso intenso ottenuto dalla cocciniglia, ma è nel 1949 che nasce l’espressione Mexican Pink. In quell’anno lo stilista Ramón Valdiosera presentò al Waldorf-Astoria di New York una collezione caratterizzata da un’intensa tonalità vicina a quella della bougainvillea. Alla domanda sull’origine di quel colore, spiegò che era ovunque nella vita messicana, dai giocattoli ai dolci, dagli abiti alle pareti. Un giornalista lo definì allora un “Mexican pink”: espressione che sarebbe entrata nell’immaginario nazionale come rosa mexicano.

Quel rosa divenne così anche espressione di un’identità visiva messicana. Rufino Tamayo ne sviluppò una propria declinazione pittorica, oggi conosciuta come rosa Tamayo, mentre Luis Barragán e, successivamente, Ricardo Legorreta ne fecero un vero strumento progettuale. Accostato alla luce intensa del Messico, alle superfici intonacate e ai volumi essenziali dell’architettura moderna, il rosa non riveste semplicemente gli edifici: ne costruisce la percezione, modella lo spazio e contribuisce a definirne l’identità. Perde ogni riferimento al genere e diventa uno strumento per lavorare con la luce, le ombre e la materia.
È un’eredità che LEGORRETA® porta avanti ancora oggi in modo sorprendentemente preciso: lo studio utilizza due tonalità definite di rosa, una destinata agli interni e una alle facciate esterne, calibrate in relazione alle differenti qualità della luce, dei materiali e della scala architettonica. Come spiegò lo stesso Ricardo Legorreta nelle ultime interviste raccolte nel volume El verdadero lujo está en el espacio (Arquine, 2012): «Color is not the essence of my architecture; it is a tool that I use in my own way. The essence of my work is in the spaces.» («Il colore non è l’essenza della mia architettura; è uno strumento che utilizzo a modo mio. L’essenza del mio lavoro risiede negli spazi.»).
Fuori dal Messico, il colore conquista intanto una libertà ancora diversa Nel 1973 Ricardo Bofill completa a Calpe La Muralla Roja, dove una geometria quasi labirintica viene articolata attraverso un’intera gamma cromatica, dai rossi ai rosa, dai violetti agli azzurri. Le superfici rosa, divenute tra le immagini più celebri del complesso, mostrano come il colore possa ormai agire senza alcun riferimento al genere, modificando la percezione dei volumi, della profondità e della luce.
Questa idea del colore come parte costitutiva dello spazio ritorna nello sguardo di Luca Bombassei, architetto e collezionista: «Ho sempre considerato il colore un materiale vero e proprio dell’architettura. Le Corbusier con la sua Polychromie architecturale ci ha dimostrato molto bene quanto potesse modificare la percezione di una parete e quindi dello spazio; con Barragán diventa luce, atmosfera, mentre in Carlo Scarpa il colore sembra appartenere alla materia stessa, allo stucco, al mosaico, alla profondità di una superficie. In Bofill assume una scala più monumentale, fino a cambiare la percezione stessa dei volumi. Sono modi molto diversi di dimostrare la stessa cosa: il colore non arriva dopo il progetto, ne fa parte».
Forse è proprio questo il viaggio più sorprendente del rosa. Nasce dalla materia. Diventa identità urbana. Si trasforma in simbolo sociale. L’arte ne custodisce la complessità. L’architettura lo restituisce alla luce e alla materia.
Perché i colori non hanno un’identità immutabile. Sono le società ad attribuirgliela. Ed è forse questa la lezione che il rosa continua a offrirci. Prima di essere il colore di una bambola, di un marchio o di un genere, è stato il colore della terra, della calce e della luce. Cambiano i materiali, cambiano le mode, cambiano i significati. Ma ogni volta che ritorna ci ricorda che, prima di raccontare chi siamo, i colori raccontano il modo in cui scegliamo di abitare il mondo.
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