Sabino Maria Frassà

Dopo averne attraversato la storia nella voluminosa retrospettiva Mariuccia Secol: Unraveling, ospitata al Muzeum Susch fino al 1° novembre 2026, l’ho incontrata nella sua casa-studio vicino a Varese, dove aveva cominciato a fare l’artista alla fine degli anni Cinquanta. Allora firmava ancora Tognola, con il cognome del marito. Poi arriva Secol. «Finalmente ho avuto il mio nome», racconta. Tra le opere che non hanno trovato spazio significativo nella retrospettiva svizzera ci sono i nodi, ai quali l’artista attribuisce un’importanza particolare e che continua a realizzare ancora oggi. Abbiamo scelto di parlarne con lei, insieme agli altri temi che attraversano una ricerca artistica inseparabile dalla sua biografia.
I nodi, i colori, la guerra, le paillettes usate per deridere il potere, i piccoli cancelli costruiti per le bambole: quella che segue è la conversazione con una donna dolce e malinconica che, dopo quasi un secolo, non ha ancora fatto pace con un mondo senza pace.
Mariuccia Secol ha 97 anni e continua a farli. Nello studio ha ritrovato del tessuto avanzato, delle strisce, e ha ricominciato a unirle attraverso i nodi. «Devo ancora farli, non posso che continuare a farli ed è terribile». Le chiedo perché sia «terribile». La risposta arriva quasi disarmante: «Perché sono senza pace».
Forse bisogna cominciare da qui per raccontarla oggi.
Non dai settant’anni di lavoro, dalle mostre, dal femminismo o dalla recente riscoperta internazionale. Ma da questa donna dolce e minuta che ha attraversato quasi un secolo continuando a guardarlo come qualcosa con cui non riesce del tutto a riconciliarsi.
Le domando se ci sia stato almeno un momento della sua vita in cui sia stata davvero in pace. Quasi si stupisce: «Ma come facevo ad essere in pace?».
E la memoria torna a una vita segnata dalla guerra. Ma arriva presto anche al presente, a un mondo ancora in guerra, che Mariuccia, inquieta, sembra assorbire come una spugna. Il padre ferito alla pancia, abbandonato tra uomini che sembravano ormai tutti morti e salvato perché qualcuno si rifiutò di lasciarlo lì. Il fratello Piero mandato in Russia e tornato dopo avere visto morire un amico ai propri piedi. Poi il fascismo, la Liberazione. Secol cerca nella memoria un intervallo più quieto. Forse, concede alla fine, «gli anni Sessanta». Ma il pensiero corre subito di nuovo alle violenze e alle prevaricazioni del presente.
All’inizio erano anche una soluzione tecnica. Poi sono diventati linguaggio. «Il nodo è qualcosa che prende, che lascia segno», dice. È difficile ascoltarla senza pensare che in quelle parole ci sia molto più del tessuto. Un nodo stringe, unisce, trattiene. Può essere sciolto oppure resistere. E soprattutto lascia una traccia anche quando non c’è più.
Anche il colore, nella sua opera, sembra avere imparato progressivamente a dire e a tacere.
Secol nasce pittrice e ricorda ancora con affetto le Città bruciate: «Non hanno perso il loro significato». Allora il colore era molto più presente. Poi comincia a toglierlo. Scopre che il lino, il bisso, la canapa possiedono già «un loro colore, una loro potenza espressiva». Arrivano il bianco, il grigio e soprattutto il nero. Non come simbolo imposto dall’esterno, ma perché funziona: fa risaltare il tessuto, dà alla composizione «un ritmo più interessante».
Eppure, il colore non scompare. Cambia mestiere e, negli anni Duemila, torna impetuoso e impietoso. I volti del potere prelevati dai giornali — tra questi anche quello, celeberrimo, di Silvio Berlusconi — vengono aggrediti da fili, applicazioni e paillettes colorate.
Nelle Postcards la tavolozza diventa accesa, vistosa, quasi sfacciata. Le chiedo perché proprio le paillettes. «In un certo senso è come se ridicolizzassi il personaggio», risponde. E subito pensa al carnevale.
È una piccola dichiarazione di poetica. Il colore che prima aveva saputo farsi da parte ritorna quando serve a togliere autorità. Luccica per deridere. Decora per dissacrare. La paillette, apparentemente frivola, diventa un modo per non prendere il potere troppo sul serio.
C’è in Secol questa strana convivenza tra durezza e dolcezza. Glielo faccio notare davanti ai nodi: sono eleganti, raffinati, persino piacevoli da guardare, eppure possono raccontare una sofferenza. Anche Il grido urla senza diventare brutale. Le chiedo se abbia mai cercato consapevolmente questa armonia.
«No, no».
Forse, suggerisco, è semplicemente una parte di lei.
«Una parte innata».
E quando le domando se nella vita sia stata una persona che cercava di mettere pace tra gli altri, questa volta non esita: «Sì, sì. È vero».
Forse anche per questo non ha mai sentito il bisogno di trovare una formula definitiva. Alcune opere nascono da ragioni che oggi sa ricostruire perfettamente; altre conservano un mistero persino per lei.
Quando le domando da dove venga quella forma ripetuta nei lavori recentemente riuniti sotto il titolo di Ogive — un titolo critico, non originariamente scelto da lei — cerca nella memoria. Oggi è difficile non leggere in quella forma anche un richiamo al sesso femminile, ma Secol non riconosce all’origine un’intenzione consapevole. Cerca ancora, poi si arrende con una risposta bellissima: «È un segreto anche per me».
Non tutto deve essere spiegato dopo.
Le chiedo allora come capisca che una ricerca è conclusa, quando arriva il momento di smettere di fare qualcosa che magari l’ha accompagnata per anni.
«Quando ho bisogno di farne un’altra».
Ma i nodi?
Quelli no. «I nodi non sono finiti».
E infatti continuano a tornare.
Come tornano, a distanza di decenni, persino le bambole.
Negli anni Settanta Secol aveva lavorato sulla Casa della bambola, smontando simbolicamente e materialmente un universo di ruoli assegnati. Molto tempo dopo compaiono dei piccoli Cancelli per bambola. Sembrano quasi giocattoli, ma dietro quella scala infantile c’è un pensiero durissimo.
Secol mi spiega che ai bambini vengono date pentoline e altri piccoli oggetti che riproducono in miniatura il mondo degli adulti. Allora, pensa, dovrebbero esserci anche dei cancelli. Perché già da piccoli possano capire «il problema dell’esclusione», la costrizione, l’esistenza di qualcosa che separa chi sta dentro da chi rimane fuori.
È forse una delle immagini più tenere e insieme più feroci della sua ricerca: insegnare l’esistenza delle barriere attraverso un giocattolo.
Alla fine, restano i nodi. «I nodi non finiscono mai», aveva detto all’inizio.
In italiano diciamo che prima o poi i nodi vengono al pettine. Quelli di Mariuccia Secol sembrano fare qualcosa di diverso: attraversano il tempo, cambiano materia e significato, stringono insieme la memoria di un secolo inquieto e un pezzo di tessuto annodato quasi un secolo dopo.
Non è un caso che Secol attribuisca a queste opere, assenti dalla grande retrospettiva svizzera, un’importanza particolare. In una ricerca artistica che è sempre stata profondamente autobiografica, i nodi sembrano assumere il valore di un testamento. A 97 anni, l’artista non ci consegna una risposta, ma una consapevolezza: i nodi della vita e della storia non possono essere sciolti tutti. E forse non finiranno mai.
Secol continua a lavorare. C’è ancora qualcosa che prende, qualcosa che lascia segno. Dolce, malinconica, combattiva. Capace di cercare la pace per gli altri e di non trovarla mai completamente per sé.

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