È una domanda solo in apparenza semplice. Basta guardarsi intorno. Automobili, smartphone, cucine, edifici, uffici, hotel, persino gli oggetti che consideriamo più innovativi sembrano parlare sempre più spesso la lingua del bianco, del nero, del grigio e delle tonalità neutre. È una coincidenza? Una moda? O il riflesso di un cambiamento culturale più profondo?

Il titolo racchiude volutamente un doppio significato. Da un lato richiama il progetto raccontato attraverso il colore; dall’altro evoca il termine incolore, suggerendo una riflessione sulla progressiva neutralizzazione cromatica che caratterizza molti oggetti, edifici e paesaggi contemporanei. Non si tratta di stabilire se il colore sia migliore del grigio, che è, naturalmente, anch’esso un colore, né se la neutralità rappresenti un impoverimento del progetto. Al contrario, questa rubrica nasce dalla convinzione che ogni scelta cromatica racconti una precisa idea di spazio, di società e, in definitiva, del nostro modo di abitare il mondo.
Nel suo celebre saggio Chromophobia (2000), David Batchelor ha descritto la diffidenza che la cultura occidentale ha spesso riservato al colore, associato all’eccesso, all’irrazionalità e alla capacità di sovvertire l’ordine. Il bianco, il grigio e le tonalità neutre sono invece progressivamente diventati simboli di purezza, controllo, razionalità ed eleganza. Ma è davvero questa la storia del progetto? E soprattutto: il colore è soltanto una scelta estetica o è uno dei suoi strumenti più potenti?

Già Wassily Kandinsky scriveva che «il colore è un mezzo per esercitare un’influenza diretta sull’anima». Oggi le neuroscienze, la psicologia ambientale, la storia dell’arte e dell’architettura sembrano confermare, da prospettive diverse, quella stessa intuizione: il colore modifica la percezione dello spazio, orienta lo sguardo, costruisce memoria, identità e benessere. Non è un rivestimento, ma una delle componenti essenziali del progetto.
Per questo Design IN-colore non sarà una rubrica sui colori, ma sul nostro modo di progettare, comunicare e abitare il mondo attraverso di essi. Perché ogni scelta cromatica è, prima ancora che una scelta estetica, una dichiarazione culturale.

Ogni articolo partirà da una storia concreta: un edificio, un materiale, un oggetto iconico, un marchio, una città, un’opera d’arte, una ricerca scientifica o un episodio della storia del design. Non per costruire una semplice storia dei colori, ma per leggere, attraverso di essi, l’evoluzione dell’architettura, del design e della cultura contemporanea.
La rubrica alternerà storia, filosofia, architettura, arte, branding, neuroscienze, materiali e innovazione, perché il colore non appartiene a una sola disciplina: attraversa ogni forma del progetto e spesso ne rivela le intenzioni più profonde. Anche quando sembra scomparire.

In fondo, ogni epoca lascia una traccia di sé anche attraverso i propri colori. Raccontare il progetto significa imparare a riconoscerli, ma anche mettere in discussione ciò che crediamo di sapere. Perché alcuni dei più grandi equivoci della storia dell’arte, dell’architettura e del design sono nati proprio da un colore.

Cominceremo da uno dei più sorprendenti.