L’ARTE IN PRIMA PERSONA, NEWS

Betty Salluce: verso una body art ambientale?

Luglio 2026 – Sabino Maria Frassà, L’ARTE IN PRIMA PERSONA

“L’arte in prima persona” ci accompagna nel cuore dell’estate alla scoperta del percorso artistico e umano di Betty Salluce (Matera, 1992), incontrata in occasione della presentazione di tre nuovi lavori del ciclo “Fil Rouge” all’interno della mostra milanese Punti di contatto da Gaggenau, (aperta su appuntamento in corso Magenta 2 fino al 4 dicembre 2026*).

Nella sua ricerca, fotografia, ricamo e installazione si intrecciano in un linguaggio multidimensionale e multimaterico che mette in relazione corpo e paesaggio, presenza e assenza, memoria e trasformazione. La Basilicata dei calanchi, del mare e delle architetture silenziose rimane il nucleo emotivo di una pratica che sembra avvicinarsi sempre più a una forma personale di body art ambientale, in cui il corpo non viene semplicemente rappresentato, ma attraversa e abita lo spazio.

I lavori di Salluce, che nel 2024 vinse il Premio Cramum Reti for Art, nascono da un lungo processo di osservazione e raccolta: l’artista cammina, fotografa, archivia dettagli, superfici, corpi e paesaggi. Solo successivamente interviene il ricamo, gesto lento e fisico che modifica l’immagine e ne altera la percezione. “È il momento in cui entro davvero dentro l’immagine”, racconta l’artista. “Mi interessa che il gesto lasci segni evidenti sulla superficie, che il lavoro mantenga qualcosa di fragile, non completamente controllato.” Negli ultimi anni la sua ricerca si è aperta sempre di più a una dimensione ambientale e relazionale, pensando l’opera non come immagine isolata, ma come presenza capace di dialogare con lo spazio e con il corpo di chi la attraversa.

Sabino Maria Frassà: Matera e i calanchi: quanto il paesaggio della tua terra ha formato il tuo immaginario?

Betty Salluce: Sono cresciuta a Montescaglioso, una piccola realtà della provincia di Matera, in un territorio in cui il paesaggio non è mai soltanto uno sfondo, ma una presenza viva, quasi fisica. I calanchi, le terre aride, gli spazi aperti e silenziosi hanno formato il mio modo di guardare il mondo prima ancora del mio modo di lavorare. Credo che il mio immaginario nasca da lì: da una percezione profonda del vuoto, dell’erosione, del tempo che scava e modifica lentamente le cose. Sono luoghi che portano addosso i segni del passaggio, della fragilità e insieme della resistenza. Questa tensione è rimasta dentro il mio lavoro anche quando ho lasciato la mia terra. Quando poi mi sono trasferita a Torino, mi sono confrontata con un paesaggio completamente diverso: urbano, rapido, attraversato da stimoli continui. Eppure, anche lì ho continuato a cercare margini, sospensioni, luoghi in cui fosse ancora possibile ascoltare. Ancora oggi sento che il mio lavoro nasce da questo dialogo tra corpo e territorio. Il paesaggio, per me, non è qualcosa da rappresentare, ma una condizione da abitare emotivamente.

SMF: Non solo paesaggio, dunque, ma anche corpo: la tua ricerca può essere letta come una forma di body art ambientale?

BS: Sì, in parte credo di sì, anche se non è una definizione cercata a priori. Il corpo è entrato nel mio lavoro in modo graduale, quasi come una necessità: prima attraverso l’immagine e la rappresentazione, poi attraverso l’incontro con la performance e alcune pratiche della body art. Ho iniziato a percepirlo non solo come soggetto, ma come presenza, esperienza, strumento di relazione. Alcuni artisti hanno modificato il mio modo di guardare più che il mio linguaggio visivo: penso ad Alberto Burri e Maria Lai, per il rapporto fisico con la materia e per la capacità di far trattenere alle superfici il tempo e le trasformazioni. Mi interessa il corpo come traccia, come misura del passaggio, ma anche come luogo silenzioso di interrogazione. Non sento di appartenere direttamente alla body art in senso storico o performativo, ma mi interessa profondamente l’idea che il corpo possa parlare anche quando tace. Fin da giovanissima ero attratta dagli scorci del centro storico del mio paese: dalle superfici consumate, dalle architetture, dai segni lasciati dal tempo. Mi interessava interrogarmi su questa necessità tutta umana di occupare, costruire, riempire e, allo stesso tempo, sulla nostra capacità di abbandonare ciò che creiamo. Da lì, corpo e spazio hanno iniziato a dialogare naturalmente. Anche il gesto del ricamo nasce da questa esigenza: entrare fisicamente nell’immagine, come se il corpo continuasse dentro la superficie dell’opera. In questo senso, forse, si può parlare di una forma di body art ambientale.

SMF: La tua arte è perciò autobiografica o cerca di raccontare qualcosa verso cui tendere?

BS: Il mio lavoro parte spesso da esperienze personali o da sensazioni che mi attraversano direttamente, ma non nasce dal desiderio di raccontare me stessa in senso autobiografico. Mi interessa piuttosto capire come un’esperienza individuale possa diventare uno spazio condiviso, un punto in cui anche gli altri possano riconoscersi o sostare. Anche quando parto da qualcosa di intimo, cerco sempre di lasciare l’opera aperta, non completamente definita. Mi interessa mantenere vive le domande più che arrivare a una risposta definitiva. Forse è proprio lì che può nascere uno scambio autentico tra opera e pubblico.

SMF: Vuol dire che il tuo lavoro tende a essere sociale, se non anche politico?

BS: Credo che ogni lavoro che parli di corpo, territorio e relazioni abbia inevitabilmente una dimensione politica. Non perché voglia offrire risposte o messaggi univoci, ma perché riguarda il nostro modo di abitare il presente. Mi interessa osservare le tracce che lasciamo nei luoghi e quelle che i luoghi lasciano su di noi: il rapporto tra individuo e ambiente, tra presenza e consumo, tra costruzione e abbandono. Anche il ricamo, con la sua lentezza e ripetizione, assume per me un valore politico in un tempo che ci spinge continuamente verso velocità e produzione immediata. Negli anni ho iniziato anche una serie di lavori legati alle mani e al ritratto, attraverso cui racconto le storie delle persone che incontro: i loro vissuti, gli spostamenti, le ragioni che spesso le hanno portate a lasciare il proprio Paese. Opere come Sama o Anisa nascono da questo desiderio di ascolto e restituzione. Non mi interessa parlare “al posto” dell’altro, ma creare una possibilità di incontro, uno spazio in cui certe storie possano emergere senza essere semplificate. In questo senso il mio lavoro cerca di generare un tempo di attenzione.

SMF: Perché hai scelto proprio il filo e il ricamo come strumenti centrali della tua ricerca? Che cosa aggiunge la cucitura alla fotografia?

BS: Il filo è entrato nel mio lavoro in modo naturale, prima ancora che teorico. Appartiene alla mia memoria, a qualcosa che ho visto fare fin da piccola. Per molto tempo, però, il ricamo è stato considerato un linguaggio marginale, legato a una dimensione domestica e femminile del fare. Mi interessava spostarlo da lì e capire come potesse diventare uno strumento contemporaneo, capace di parlare del presente. Nel mio lavoro il filo non ha mai una funzione decorativa. Introduce tempo, contatto, attraversamento fisico. Cucire significa entrare nell’immagine, modificarla, creare attriti, connessioni, interruzioni. È un gesto lento, ripetitivo, quasi corporeo. La fotografia è spesso il punto di partenza, una traccia iniziale. Il ricamo arriva dopo, come un secondo tempo dell’immagine: ne interrompe la superficie senza cancellarla, la rende più fisica, stratificata, attraversabile. Credo che la cucitura obblighi anche a rallentare lo sguardo. In un tempo in cui le immagini vengono consumate velocemente, il filo chiede attenzione: ai dettagli, ai passaggi, alle imperfezioni. Porta dentro la fotografia qualcosa che non riguarda più solo la vista, ma anche il tatto, la memoria, l’emozione. Per me il filo è diventato un modo per tenere insieme assenza e permanenza, memoria e trasformazione. Come se il gesto continuasse dentro la fotografia, portandola verso qualcosa di più vivo.

SMF: Infine, essendo partita dallo studio della pittura, che rapporto hai oggi con il colore?

BS: Negli ultimi anni il mio rapporto con il colore si è fatto sempre più essenziale, spesso vicino al bianco e al nero. Mi interessano tonalità che sembrano sottrarre invece che aggiungere, perché permettono alla superficie, alla materia e al gesto di emergere con più forza. Per me il colore non è mai decorazione, ma una presenza quasi fisica. Anche il nero, che può sembrare assenza, contiene profondità, densità, spazio. Mi interessa quando il colore modifica la percezione dell’immagine, creando una condizione più immersiva e sensoriale. Per questo lo uso in modo molto controllato. Quando compare una tonalità diversa, come il rosso degli ultimi lavori presentati da Gaggenau, deve avere un peso preciso, quasi come un’interferenza capace di alterare l’equilibrio dell’opera e aprire nuove letture.

*Per visitare la mostra scrivere a infocramum@gmail.com oppure chiamare Gaggenau DesignElementi Hub: +39 02 29015250 (interno 2)

L’intervista a Betty Salluce segna una nuova tappa di L’ARTE IN PRIMA PERSONA, progetto promosso da Cramum insieme a Schiavi SpA, sotto la direzione artistica di Sabino Maria Frassà.

 

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