Che l’architettura, l’edilizia e persino l’interior design siano ormai fortemente orientati verso un approccio ecosostenibile, ecocompatibile e a impatto zero non rappresenta certo una novità, e non dovrebbe dunque sorprendere che, parallelamente, anche i produttori di materiali si impegnano quotidianamente per dare vita a nuove soluzioni meno impattanti per l’ambiente.

Una delle più interessanti, in questo senso, è rappresentata dai geopolimeri ottenuti dagli scarti del marmo, un materiale particolarmente interessante e di elevato valore aggiunto che comincia ad essere impiegato piuttosto regolarmente nella cosiddetta “bioedilizia”. Questi geopolimeri, di fatto ottenuti lavorando scarti e polveri di marmo che normalmente non avrebbero alcun impiego, non soltanto trovano applicazione nell’edilizia e nelle infrastrutture, ma anche nell’arredo urbano e persino nelle soluzioni di interior design.

La ragione di questa molteplicità di applicazione risiede nella versatilità propria di questo nuovo materiale, che lo vede adatto alle realizzazioni più diverse non solo sotto forma di geopolimero ma anche di conglomerato.

Il principale vantaggio di tale scelta, va da sé, risiede nell’abbattimento massiccio degli scarti di lavorazione, ma anche nella riduzione sensibile di produzione di anidride carbonica e ceneri volatili. Non solo: i geopolimeri da scarti del marmo possono essere utilizzati anche in sostituzione di molti materiali plastici.

Questo approccio rientra in un ambito di cui abbiamo già trattato in passato, ossia quello di economia circolare, che si focalizza sull’auto-rigenerazione (e dunque sull’ecosostenibilità) e che, in ambito costruttivo, prevede l’utilizzo e il riutilizzo di materiali.

Nell’edilizia circolare, I rifiuti non sono più scarti ma risorse da sfruttare in modo diverso, gli scarti effettivi vengono ridotti al minimo, favorendo un basso impatto sull’ambiente.

Geopolimeri del marmo: un progetto partito dalla Sardegna

Il progetto che ha portato alla nascita dei geopolimeri del marmo ha preso vita in Sardegna, dalla collaborazione tra l’Università di Sassari e Sardegna Ricerche, che prende anche il ruolo di finanziatrice esclusiva.

Chiamati “Scarti di lavorazione e prodotti a elevato valore aggiunto: conglomerati di marmo per la bioedilizia” o più semplicemente Biomarmo, il progetto si pone un obiettivo di sviluppo tecnologico tramite lo sfruttamento intelligente e green utilizzando gli scarti di lavorazione delle cave, che ammonta a 1.2 milioni di metri cubi annui e che si compone proprio per il 75% di “rifiuti” del marmo (sfridi e rifiuti di lavorazione). Stiamo naturalmente parlando del comparto del marmo sardo, che si trova localizzato primariamente nell’area di Orosei.

Commenta Sardegna Ricerche: “Il materiale, pregevole per qualità, mantiene un buon successo commerciale ma deve competere con analoghi prodotti italiani, assai famosi, e altri provenienti da tutto il mondo. La mancanza di sviluppo tecnologico penalizza fortemente il distretto”, segnalando che una così elevata quantità di scarti genera inevitabili impatti sia ambientali che economici sulla floridità del territorio.

Ad oggi, il progetto Biomarmo coinvolge 12 player e si propone quattro finalità precise: ridurre la quantità di scarti di lavorazione del marmo inutilizzato; ridurre i materiali plastici dispersi nell’ambiente; abbattere la quantità di ceneri volanti nell’atmosfera e nelle discariche; ridurre le emissioni di anidride carbonica.

In considerazione dello “stop” collettivo causato dall’imprevedibile pandemia di COVID-19, il progetto sarà ora prorogato per un anno e terminerà dunque nel 2021.