In occasione di questo traguardo, celebriamo con una lunga intervista-racconto, un linguaggio che, nel tempo, ha saputo affermarsi come uno dei più riconoscibili e al tempo stesso inclassificabili della scena contemporanea. Un lavoro che travalica ogni definizione disciplinare per farsi gesto poetico e visione: un modo di guardare la realtà non per descriverla, ma per trasformarla.
Alla base, una convinzione tanto semplice quanto radicale: nulla è mai solo ciò che appare. Anche ciò che sembra marginale, incompleto o dimenticato può rivelare una possibilità inattesa di bellezza. È da questa tensione che nascono le sedie-scultura di Tolomeo: oggetti feriti, abbandonati, restituiti a una nuova vita attraverso un processo che è insieme intimo e visionario. Più che reinventare la realtà, Tolomeo la attraversa e la piega — restituendola ogni volta più lieve, più viva, più libera. Ed è da qui che prende avvio questa conversazione: da trent’anni di sedie, certo, ma soprattutto da un’idea ostinata e poetica di trasformazione attraverso l’arte e il pensiero creativo.
La parola chiave è trasformazione. Dal 1996 parto sempre da un oggetto abbandonato, da una seduta che la società consumistica ha scartato, per restituirle una nuova vita. Perché la trasformazione è parte della nostra esistenza: è spesso dolorosa, a volte traumatica, ma necessaria. E soprattutto sta a noi provare a trasformare anche ciò che nella vita appare brutto o ferito in qualcosa di bello. Questa consapevolezza è arrivata in un momento molto difficile della mia vita: avevo una madre depressa, avevo rinunciato alla mia carriera per la famiglia, ed è stata proprio quella frattura a diventare una svolta. Da allora tutto comincia da un oggetto trovato, quasi sempre di recupero: una seduta che raccolgo, osservo, ascolto, e da cui parto per immaginare una metamorfosi. A Pinerolo avevo una soffitta piena di sedie rotte, di quelle sedie di famiglia a cui manca un pezzo della spalliera o con una gamba cionca. Erano oggetti già carichi di memoria, apparentemente finiti. Ma è stato proprio da lì che tutto è cominciato.
Sì, perché le cose non vanno subite: vanno cambiate, nel fare e non solo nel pensare. Perché una sedia non è mai soltanto una sedia; e, in fondo, nella vita nulla è mai semplicemente ciò che sembra. Bisogna capire che la realtà è spesso crudele e che spetta a noi provare a piegarla, a renderla migliore.
Non si tratta di negare la realtà, ma di trasformarla in qualcosa che la alleggerisca, che la sottragga alla pesantezza, alla noia del quotidiano. Io faccio sognare a occhi aperti, perché la vita va vissuta, non solo pensata.
La prima forma è stata un delfino, forse anche perché sono del segno dei Pesci. Io colgo subito la struttura generale; poi i dettagli possono cambiare durante il lavoro. A quel punto entra in scena il colore. Io nasco pittrice e continuo a sentirmi tale: il tessuto, per me, è una tavolozza. Forse è anche per questo che non ho mai avuto un vero rapporto con il nero. Quando intuisco l’insieme, allora comincio davvero a lavorare. Nel tempo, poi, sono arrivate altre forme: i pappagalli — e ci fu anche un grande articolo su di me — e poco dopo le tartarughe, anche se in realtà credo che la tartaruga fosse già dentro di me da prima: è uno dei miei animali totemici. La cosa che forse ti stupirà è che i disegni, di cui il mio studio è disseminato, arrivano quasi sempre dopo, raramente prima. È come se restituissero alla pittura ciò che nasce dal mio lavoro di scultura.
Le sento. È difficile spiegarlo diversamente. Le sento, è un istinto. Anche in pittura ho sempre lavorato così. Ho dipinto accanto a grandi pittori che mi hanno accolta nei loro studi: ci sono quelli che lavorano di getto e quelli che costruiscono tutto a partire da un disegno perfetto, preparato in anticipo. Io appartengo ai primi. L’opera trova da sola le sue proporzioni. Si crea da sé.
La macedonia la adoro, ma non nelle sedie. Dentro di me c’è qualcosa che non suona bene quando metto insieme troppe cose diverse. Qualche volta infilo una luna in mezzo alle tartarughe, questo sì. Ma in generale sento il bisogno che ogni lavoro mantenga una sua coerenza interna. Non è che ogni sedia debba essere dedicata a qualcosa di preciso: è piuttosto una questione di armonia. Sento quando una cosa funziona e quando invece diventa miscellanea, e allora non mi convince più.
No, affatto. Avevo cominciato convinta che fosse qualcosa di passeggero, quasi un fenomeno di sei mesi, destinato a esaurirsi in fretta. E invece ha continuato a crescere, a trasformarsi, a chiedermi ogni volta qualcosa di nuovo. All’inizio dovevo arrangiarmi. Col tempo, però, ho imparato a cercare meglio, a non fermarmi al rivenditore, ad andare direttamente dal fabbricante. Per certi tessuti, per esempio, vado da Bevilacqua, a Venezia, e li faccio impazzire, perché mi faccio tirare fuori un numero infinito di campioni.
È vero. Le rose hanno moltissimo successo, ma io non le amo poi così tanto. Perché in fondo la rosa resta una rosa: la trasformazione lì è minima. È soprattutto un fatto estetico. A meno che non succeda qualcosa d’altro. Per esempio il pouf tutto rivestito di rose: quello lo amo moltissimo, perché lì la trasformazione è reale. Una forma rotonda diventa ancora più rotonda, quasi esasperata, per via di tutte quelle rose tonde che la ricoprono. Prima ancora delle rose, però, è arrivata una gardenia, voluta da Franco Maria Ricci.

Eccome. Posso montare una sedia, guardarla e capire subito che non va. Allora smonto tutto. Ma anche la forma non è mai del tutto definitiva: ci sono giorni in cui una cosa mi convince, e il giorno dopo non più. La riguardo e penso: “No, così non va”. Torno molto spesso sui lavori, faccio moltissimi cambiamenti in corso d’opera. La struttura generale la vedo subito, su quella di solito non ho dubbi. Ma il dettaglio va pensato, ripensato, corretto.
Negli anni ho ricevuto molto amore dal pubblico. Mi fa invece sorridere chi rifiuta queste opere, perché spesso in quel rifiuto si nasconde una difficoltà ad accogliere il nuovo, o ad accettare una funzione diversa dell’oggetto. È una forma di rigidità mentale: chi non sa trasformarsi con il tempo finisce, in qualche modo, per restare vecchio. Io non direi mai “non lo vorrei neanche regalato”, perché è una chiusura che mi farebbe vergognare. Posso dire “non mi piace” o “non corrisponde alla mia idea di arte”, ma mi fermo lì. Anche perché, col tempo, lo sguardo cambia — e ciò che oggi rifiutiamo, domani potrebbe parlarci in un altro modo.
Sì, certo. Devono essere usate. Se volessi fare un oggetto fine a sé stesso, farei scultura: ho lavorato il marmo, faccio ceramica. Qui invece voglio creare qualcosa in cui si possa vivere, qualcosa che possa far sentire felice chi lo incontra. Non solo contemplazione, ma esperienza. Se ci pensi, gli oggetti sono nati belli, prima ancora che esistesse la parola design. Le posate in legno avevano forme bellissime, i piatti di terraglia erano belli, le case della campagna veneta — con la scala laterale — sono piccoli gioielli. L’uomo ha una naturale aspirazione al bello. È la contemporaneità che ha imposto l’utile sopra il bello. E anche il design, a volte, nel voler essere design a tutti i costi, finisce per dimenticare la sua funzione.
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