Ci sono artisti che inseguono l’immagine e altri che la lasciano maturare. Ingar Krauss appartiene a questa seconda categoria. Le sue fotografie nascono spesso da un’idea custodita a lungo, che prende forma lentamente nell’incontro con ciò che accade durante il lavoro. Sembrano il risultato di un tempo prolungato di osservazione: frutti, fiori, interni domestici, giardini, volti. Nulla appare casuale, ma nulla è neppure rigidamente programmato. Ogni immagine si costruisce così in un equilibrio sottile tra intenzione e imprevisto.
Nato a Berlino Est nel 1965, Krauss vive e lavora tra Berlino e la campagna dell’Oderbruch, al confine con la Polonia, dove il ritmo della natura è diventato parte integrante del suo metodo di lavoro. Dopo gli esordi dedicati soprattutto al ritratto, la sua ricerca si è progressivamente concentrata sulle nature morte, trasformando frutti, ortaggi, fiori e oggetti quotidiani in presenze sospese, capaci di sottrarsi al tempo e di restituire una forma inattesa di contemplazione. Più che documentare la realtà, le sue immagini sembrano custodirla, mantenendo aperta la possibilità di uno sguardo sempre nuovo.
È proprio questa idea della fotografia come luogo di conservazione e di scoperta ad aver dato origine a D’ENTRO, il progetto promosso da Gaggenau e Cramum in occasione di Artissima 2026, aperto al pubblico il 30 e 31 ottobre. Per la prima volta Krauss ha concepito un corpus di opere pensato per essere scoperto all’interno di un frigorifero Gaggenau Vario Serie Expressive, trasformando un gesto quotidiano – l’apertura di un’anta – nell’inizio di un’esperienza estetica.
Lo abbiamo intervistato in occasione della presentazione del progetto per parlare della nascita delle sue immagini, del tempo, del rapporto con la materia e di quella pratica lenta dell’osservazione che continua a distinguere la sua ricerca nel panorama della fotografia contemporanea.

Io ragiono per immagini e, nella maggior parte dei casi, un’immagine nasce da un’idea, da un pensiero o da una visione. A volte porto quell’idea con me per molto tempo, prima di arrivare al momento in cui sento di essere pronto a darle forma.
A volte incontro frutti o piante che catturano la mia attenzione, altre volte li cerco deliberatamente. Da lì inizio a sviluppare mentalmente l’immagine. Talvolta abbozzo la composizione in anticipo e vi ritorno in un secondo momento. Altre volte, invece, la fotografia finale risulta completamente diversa da quella che avevo immaginato. Durante il processo creativo può succedere praticamente di tutto: parto da un’idea, ma non la seguo mai in modo troppo rigido.

In questo momento mi è più facile entrare in relazione con le nature morte e con altri soggetti piuttosto che con i ritratti. Inoltre, sento che le nature morte mi offrono uno spazio creativo più ampio.
Credo semplicemente che la fotografia analogica si adatti meglio al mio modo di lavorare e mi permetta di costruire un linguaggio visivo diverso da quello digitale. Per questo continuo a riservarle la realizzazione delle opere, mentre utilizzo la fotografia digitale soltanto come un taccuino visivo: per annotare idee destinate a immagini future o, più semplicemente, per documentare i lavori già conclusi.

Utilizzo ancora le stesse macchine fotografiche con cui lavoravo trent’anni fa e anche nella mia camera oscura è cambiato ben poco. Naturalmente oggi è più difficile reperire i materiali per la fotografia analogica, soprattutto la carta fotografica e i prodotti chimici per la stampa. Questa è la principale difficoltà che incontro nel continuare a lavorare in analogico.
A dire il vero, nei miei primi anni da artista evitavo volutamente di osservare troppe fotografie, proprio perché non volevo esserne influenzato. Questo mi ha aiutato a sviluppare il mio linguaggio in modo più libero. Naturalmente ci sono artisti che ammiro molto, sia nel campo della fotografia sia in quello delle arti visive. Uno di questi è il pittore danese Vilhelm Hammershøi. In generale, però, trovo molta più ispirazione nelle arti visive che nella fotografia.

Di Hammershøi mi interessano soprattutto gli interni. Credo che, in queste immagini, fosse davvero in anticipo sui tempi. Nella recente mostra Vilhelm Hammershøi. The Eye That Listens, al Kunsthaus di Zurigo, era esposto anche uno straordinario dipinto di Adolf Menzel che raffigura una scala immersa nella penombra. E poi c’era un ritratto di Hammershøi di una giovane donna malata: un’immagine chiarissima, essenziale, ma dotata di una presenza incredibile.
Naturalmente gli interni abitati rivelano sempre qualcosa delle persone che li vivono. Nella serie dedicata agli uomini che vivono da soli, per esempio, gli spazi domestici hanno un ruolo centrale e, in alcuni casi, progetto e allestisco personalmente anche gli ambienti fotografati. L’architettura è importante anche in altri lavori: sto realizzando una serie sugli orti urbani, alcuni dei quali si trovano in Italia, nella quale considero fondamentale la struttura stessa del giardino. Nel progetto realizzato per Santoni a Milano, invece, ho accostato i ritratti a vedute notturne dell’architettura milanese.
Ho trovato il progetto del frigorifero Gaggenau un’idea affascinante e una sfida artistica particolarmente stimolante. Fin dall’inizio, la visione curatoriale alla base del progetto mi è sembrata convincente e tutt’altro che scontata: mi ha entusiasmato la possibilità di indagare la relazione tra l’oggetto, l’opera che custodisce e lo spazio in cui essa si rivela. Trasformare un oggetto quotidiano di altissimo design in uno spazio espositivo, fino a farne esso stesso un oggetto d’arte capace di accogliere altre opere, possiede per me un fascino speciale, che spero il progetto riesca a restituire pienamente.

Immagini ©Francesca Piovesan
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