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N.1 — Atene non è mai stata bianca

Sabino Maria Frassà, Design IN-colore
«Edle Einfalt und stille Größe» — «Nobile semplicità e quieta grandezza.» Così Johann Joachim Winckelmann, nel 1755, definì l’essenza dell’arte greca. Da allora il marmo bianco è diventato il simbolo stesso dell’antichità classica. Eppure, ogni anno oltre 40 milioni di persone visitano la Grecia inseguendo un’immagine che gli Ateniesi non avrebbero mai riconosciuto.

Statue of the Muse in downscaled form, stucco marble on PMMA, natural pigments in egg tempera, gold leaf, h. 39 cm, 2019, Liebieghaus Skulpturensammlung (Liebieghaus Polychromy Research Project), Frankfurt am Main, inv. LG 227 and 226 (on loan from the Goethe University Frankfurt, Institute of Archaeological Sciences, dept. I: Classical Archaeology, cast collection) Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung – Norbert Miguletz Original: Greece, Delos (?), 2nd century BC, marble, Liebieghaus Skulpturensammlung, Frankfurt am Main, inv. 160

Per secoli abbiamo immaginato Atene così: il sole del Mediterraneo che accende il marmo, il mare che restituisce bagliori d’argento, flessuosi drappi candidi mossi dalla brezza tra le colonne dei templi. Un’immagine di armonia assoluta, così radicata nel nostro immaginario da sembrarci inevitabile.

Eppure quella città non è mai esistita.

Atene non è mai stata bianca.

Immaginate di attraversarne le strade in una limpida mattina di primavera. Salendo verso l’Acropoli, il Partenone domina la città, ma non con il candore austero che oggi gli attribuiamo. I suoi frontoni sono animati da rossi intensi, blu profondi, verdi, neri e dettagli in foglia d’oro. Le statue degli dèi hanno occhi dipinti, labbra arrossate, capelli dorati; fregi e metope risplendono di colori studiati per dialogare con la luce del sole e con il cielo dell’Egeo. La pietra non è il punto d’arrivo, ma il supporto di una tavolozza vibrante. Il colore è ovunque: non un semplice ornamento, ma il linguaggio stesso della città.

Lo ha mostrato con particolare efficacia, tra le altre, la mostra Gods in Colour – Golden Edition: Polychromy in Antiquity, presentata alla Liebieghaus Skulpturensammlung di Francoforte tra il 2020 e il 2021. Attraverso ricostruzioni basate sulle tracce di pigmento ancora rinvenibili sulle opere, l’esposizione restituiva alle sculture antiche quella vivacità cromatica che secoli di deterioramento, restauri e interpretazioni culturali hanno progressivamente cancellato dal nostro immaginario.

 

Ricostruzione sperimentale della policromia dell’arciere “Paride”, Tempio di Afaia, Egina (ca. 480 a.C.), realizzata dalla Liebieghaus Skulpturensammlung per la mostra Gods in Colour – Golden Edition: Polychromy in Antiquity (2020–2021). Foto: Liebieghaus Skulpturensammlung / Norbert Miguletz.

Gods in Color in the Liebieghaus antiquities collection Liebieghaus Skulpturensammlung, Frankfurt am Main Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung – Norbert Miguletz

 

Eppure, quando oggi pensiamo alla Grecia antica, vediamo soltanto marmo bianco.

Non perché i Greci amassero il bianco, ma perché la storia ha cancellato i colori molto prima di cancellare la pietra.

Per secoli quelle tracce cromatiche sono rimaste sotto gli occhi di tutti, ma quasi nessuno ha voluto vederle. Già nell’Ottocento alcuni archeologi notarono residui di pigmenti sulle sculture; negli ultimi decenni, tecniche come la spettroscopia, la fluorescenza ultravioletta e l’imaging multispettrale hanno permesso di identificarli con precisione. Le ricerche condotte da Vinzenz Brinkmann e Ulrike Koch-Brinkmann e il progetto internazionale Gods in Color hanno restituito al pubblico il volto originario della scultura greca: non un universo monocromo, ma una cultura che faceva del colore un elemento essenziale della propria espressione artistica.

Eppure quelle ricostruzioni continuano a sorprenderci. A molti sembrano eccessive, perfino kitsch. Il motivo è semplice: da oltre due secoli guardiamo l’antichità attraverso gli occhi del Neoclassicismo.

Il grande interprete di questa visione fu Johann Joachim Winckelmann. Considerato il padre della moderna storia dell’arte, studiò statue che avevano ormai perduto quasi completamente la loro policromia e trasformò quella condizione materiale in un ideale estetico. La sua celebre formula della «nobile semplicità e quieta grandezza» non nacque da un’invenzione, ma dall’osservazione di opere che il tempo aveva già profondamente trasformato. Quel marmo candido divenne così il simbolo della perfezione, della misura e della bellezza universale.

Experimental study of the polychromy of the so-called Treu Head, Liebieghaus Skulpturensammlung (Liebieghaus Polychromy Research Project in cooperation with the British Museum, London), Frankfurt am Main Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung – Norbert Miguletz Original: Italy, Rome, 2nd century AD, marble, The British Museum, London, inv. 1884,0617.1

Fu l’inizio di una delle più fortunate eredità culturali dell’Occidente.

Antonio Canova, Bertel Thorvaldsen, Jacques-Louis David e l’intero Neoclassicismo cercarono ispirazione in una Grecia che, in realtà, era già stata scolorita dal tempo. Lo stesso fecero architetti e urbanisti, disseminando Europa e Stati Uniti di edifici pubblici che evocavano un’antichità immacolata. È curioso ricordare che lo stesso Canova, pur celebrato come il poeta del marmo bianco, applicava leggere patinature e velature alle proprie sculture per attenuare il candore della pietra e restituire alla pelle una maggiore naturalezza. Segno che persino il massimo interprete del Neoclassicismo intuiva come il bianco assoluto fosse più un’astrazione che una realtà.

Il paradosso è che il Neoclassicismo non imitò davvero la Grecia antica. Imitò la Grecia sopravvissuta.

Da allora continuiamo a guardare l’Acropoli attraverso quella stessa lente. Il bianco è diventato sinonimo di ordine, equilibrio, purezza e perfezione; il colore, invece, è stato relegato a un dettaglio archeologico. Eppure, se i Greci potessero osservare oggi le nostre ricostruzioni dell’antichità, probabilmente resterebbero sorpresi quanto noi lo siamo davanti alle ricostruzioni policrome delle loro statue.

Experimental colour reconstruction of a statue of a woman wrapping herself in a mantle, the so-called Small Herculaneum Woman, 2019, Liebieghaus Skulpturensammlung (Liebieghaus Polychromy Research Project), Frankfurt am Main, inv. LG 223 (on loan from the Goethe University Frankfurt, Institute of Archaeological Sciences, dept. I: Classical Archaeology, cast collection) Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung – Norbert Miguletz Original with polychromy: Delos, 2nd century BC, marble, National Archaeological Museum, Athens, inv. 1827

 

«The purest and most thoughtful minds are those which love colour.» — «Le menti più pure e profonde sono quelle che amano il colore.» Così scriveva John Ruskin ne The Stones of Venice, quasi un secolo dopo Winckelmann.

Forse Atene non ha mai perso i suoi colori. È stata la storia a consumarli e l’Occidente a trasformare quella perdita in un ideale di bellezza. Abbiamo finito per confondere ciò che resta con ciò che era.

Il marmo bianco non è il colore dell’antichità. È il colore della sua memoria.

Forse il più grande capolavoro del Neoclassicismo non è stato una scultura, un edificio o un dipinto. È stato convincerci che la perfezione fosse bianca. Gli antichi Greci, invece, avevano scelto il colore.

Experimental colour reconstruction, Variant B, of the so-called Cuirass Torso from the Athenian Acropolis, plaster cast, natural pigments in egg tempera, gold leaf, h. ca. 62 cm, 2005, Liebieghaus Skulpturensammlung (Liebieghaus Polychromy Research Project), Frankfurt am Main, inv. St.P 686 Photo: Liebieghaus Skulpturensammlung – Norbert Miguletz Original: Athens, Acropolis, ca. 470 BC, Acropolis Museum, Athens, inv. 599

 

Fonti principali:

  • Johann Joachim Winckelmann, Gedanken über die Nachahmung der griechischen Werke in der Malerei und Bildhauerkunst (1755).
  • John Ruskin, The Stones of Venice (1851-1853).
  • Vinzenz Brinkmann, Ulrike Koch-Brinkmann, progetto Gods in Color, Liebieghaus Skulpturensammlung, Francoforte.
  • Østergaard, J.S., Nielsen, A.M.S. (a cura di), Transformations. Classical Sculpture in Colour, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenhagen, 2014.
  • Dati sul turismo: Bank of Greece, Travel Services Balance 2024 (oltre 40 milioni di arrivi internazionali nel 2024).
  • Liebieghaus Skulpturensammlung, Gods in Colour – Golden Edition: Polychromy in Antiquity, Francoforte, 30 gennaio 2020 – 26 settembre 2021.
  • Immagini e materiali stampa: courtesy Liebieghaus Skulpturensammlung, Francoforte. Crediti fotografici: Liebieghaus Skulpturensammlung – Norbert Miguletz.