Nel 1952, il celebre architetto, designer e accademico italiano Gio Ponti scrisse un articolo per la rivista Pirelli. Di recente, il sito di DomusWeb ha ripreso le parole del genio del design riverberandole sui tempi e sulla cultura attuali, sottolineando quanto il punto di vista di Ponti sia riuscito, nel corso degli anni, a colpire tanto gli studenti quanto architetti già affermati.

Ma di cosa parlava l’articolo che Gio Ponti scrisse per la rivista Pirelli? Essenzialmente, di un mondo colorato, di un’architettura che tenesse conto dell’importanza del colore tanto quanto dell’utilizzo dei materiali. In definitiva, dell’utilizzo progettuale del colore nell’architettura degli interni.

L’incredibile contrasto tra la stragrande maggioranza delle fotografie pubbliche di Ponti, tutte rigorosamente scattate in bianco e nero, e il suo amore per le tonalità cromatiche molto accese colpisce, specialmente quando si scopre il suo punto di vista sulla questione.

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La “visione” di Ponti: l’articolo sulla rivista Pirelli

Il titolo dell’articolo era “Tutto il mondo deve essere coloratissimo” e, lo ricordiamo, l’anno di uscita il 1952. Gli anni Cinquanta, quelli della Dolce Vita italiana, quelli della rinascita economica, del boom industriale seguito al rimboccarsi le maniche del secondo Dopoguerra. Gli anni delle automobili su scala globale, dei grandi esodi dalle campagne alle città, del cinema internazionale che fioriva in piena Roma, a Cinecittà, e del ripensamento della vita, della cultura, della società così come era stata concepita fino a quel momento.

Secondo Domus, assieme all’articolo di Ponti, gli archivi hanno restituito anche la copiosa corrispondenza che seguì quella pubblicazione. Lettere provenienti tanto da professionisti delle costruzioni quanto semplici studenti, ugualmente entusiasti delle geniali teorie dell’architetto, all’epoca percepito come promotore di modernità, di un concetto di progresso fino a quel momento sconosciuto e considerato innovativo ancora oggi.

Scriveva Ponti su Pirelli, che gli aveva richiesto di esprimere la sua opinione in merito al tema dell’utilizzo del colore nella casa: “Tutta la gente più vestita di grigio, più in scuro, più distinta (quella gente che io detesto), parla sempre della tradizione, ha sempre in bocca la tradizione e ignora, poveretta, che la tradizione è sempre stata l’eccezione (cioè il capolavoro che fa la regola) è stata sempre la salute, forza, vita e cioè colore che non ha mai vestito pantaloni grigi, giacche grigie, paltò grigi, cose tutte che poi fan le facce grigie, gli spiriti grigi, le vite grigie”.

Le ripetizioni, i lunghi periodi, l’utilizzo disinvolto del linguaggio di Gio Ponti si rivelano, in questo senso, perfettamente in linea con la sua concezione di un mondo sempre meno ingessato e sempre più dinamico, infantile nel senso più positivo del termine, e dunque per sua natura fantasioso e colorato.

E ancora, nelle parole di Gio Ponti: “La tradizione vera, quella che adoro, quella della quale son depositari i novatori è stata sempre colorata e sanguigna”.

Per l’architetto, dunque, la vera innovazione risiede nella fantasia e nel dinamismo, nella capacità di evolvere, e mai nella staticità – così affine al colore grigio inteso quasi più come concetto che tono RAL su una paletta cromatica.

Un mondo colorato che parte dal pavimento

In termini più pratici, il mondo colorato a cui Ponti si riferiva doveva partire dal pavimento, ossia dal manufatto su cui si cammina, ci si muove dall’interno verso l’esterno e dall’esterno verso l’interno. Per il designer, il pavimento era meritevole di una tinta monocromatica e “potente” che pervadesse l’intera abitazione o, in alternativa, di giochi di colore suddivisi nei vari ambienti.

“Adottate Linoleum e gomma, variegati e ‘fantastici’ sono anche più pratici e gettate ad esempio un pavimento azzurro tutto dello stesso colore per tutta, dico tutta la casa, gettate un lago blu, e pareti e soffitti bianchi, e invece tende veneziane, stoffe, legni gialli. Blu e giallo, celeste e marrone, gamme bellissime. E qualche accenno di rosso amarena forte. E quadri di Guidi, di Campigli. Gettate un pavimento rosso per tutta la casa, un lago di fuoco, e pareti e soffitti bianchi, e tende rosse, o gialle, o rosse e gialle. Gamma bellissima. Ed anche accenti verde (smeraldo). E quadri di Sassu e di Fiume e manichini di De Chirico (i soli di De Chirico che valgono).”

È interessante notare che, per Ponti, i pavimenti sembrano quasi interpretati come la grande tela di un pittore. Non è un caso che l’immediato pensiero affine, mentre racconta del linoleum, vada quasi automaticamente su De Chirico, Guidi, Campigli.

Ma c’è di più. Il colore non richiama soltanto l’arte dell’uomo, ma anche quella della natura: “Gettate un pavimento giallo per tutta la casa, un suolo d’oro; e pareti e soffitti bianchi, e tende gialle, marrone, gamma solare. E accenti verde scuro e blu scuro.”

Ponti prosegue poi suggerendo gli accostamenti cromatici degli elementi d’arredo (bianchi, o di essenze chiare del legno) e dei soffitti (sempre candidi in caso di pavimenti colorati, di tinte osate come il blu carta da zucchero oppure oltremare, e persino caffè, nel caso di pavimenti chiari e neutri).

Giò Ponti chiamava questo principio “intonazione rovesciata”. Intesa, più a largo aspetto, come la capacità di un designer di dare vita ad ambienti mai schiaccianti, mai oppressivi, ma sempre in relazione con l’esterno, con il grande e grandissimo, con l’infinito dell’arte e della natura. Un principio, questo, che dobbiamo imparare nuovamente e applicare anche oggi o, ancora meglio, oggi più che mai.