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Il Coronavirus e l’architettura: come cambia la nostra relazione con la casa

L’emergenza COVID-19 e le successive misure precauzionali per contenere al meglio il contagio – dal distanziamento sociale alla quarantena, fino al lockdown di intere città o nazioni e allo smart working – ci hanno inevitabilmente costretti a riconsiderare non soltanto il nostro rapporto con noi stessi e con l’altro, ma anche con la casa.

Se, infatti, prima della pandemia questa era il luogo in cui tornavamo e dal quale uscivamo regolarmente, nel modo più naturale e istintivo possibile, nelle ultime settimane essa è diventata il nostro “muro di difesa” contro il virus e, per forza o per amore, siamo stati messi in condizione di lasciarla soltanto saltuariamente e per specifici motivi.

Di recente, la webzine Artribune ha pubblicato un interessante contributo proprio su questo tema, focalizzandosi sui se e sui come l’architettura possa apportare il proprio positivo contributo alla crisi in atto, nonché valutando le modalità in cui l’obbligo di restare in casa ci costringerà a riconsiderare la nostra percezione degli spazi domestici.

Interconnessi e soli

Il punto di partenza è semplice: in un mondo per sua natura ormai interconnesso, ci siamo tutti ritrovati all’improvviso a gestire una ritrovata “solitudine”, limitando il nostro rapporto con l’altro essenzialmente all’interazione tramite strumenti digitali. In questo senso, quindi, il legame tra territori, persone e ambiti produttivi ha subito un importante scossone che avrà inevitabili (e in parte ancora imprevedibili) conseguenze anche sul lungo termine.

In che modo la situazione attuale si riverbererà sui settori della progettazione, della costruzione, della didattica e della ricerca in ambito architettonico, dal momento che l’intero pianeta è ora nella posizione di dover ridefinire sia le priorità del singolo individuo che quelle della comunità in senso più lato?

Artribune risponde alla domanda non direttamente, ma offrendo una piattaforma ad alcuni dei più prominenti architetti italiani, che si trovano in questo modo a confrontarsi sulla nuova dimensione della casa – ora anche rifugio, così come sala riunioni, così come ufficio, così come studio, aula di scuola e via discorrendo.

COVID-19: la casa non è più solo una casa e il mondo è osservato da una vetrina

In che modo è cambiato il nostro rapporto con le mura domestiche a causa della pandemia di Coronavirus, e come cambierà domani in funzione di ciò che sta accadendo oggi?

La casa, per sua natura intrinseca luogo storicamente deputato alla privacy, si trasforma ora anche in un palcoscenico virtuale per la condivisione, la convivialità, la socialità e la comunità nel suo senso più lato. Ciascuno “apre” la propria casa agli altri senza che questi possano effettivamente entrarvi e, mentre lo fa, si apre a sua volta a un mondo senza però poter abbandonare le mura domestiche, e dunque a una realtà in un certo senso intangibile, come osservata attraverso una vetrina.

Un concetto interessante perché sinergico e contraddittorio al tempo stesso, in cui uno dei punti in comune tra tutti gli individui sembra essere proprio la dimensione fisica della casa.

Scopriamo dunque in che modo sei architetti italiani interpretano il concept di casa durante la pandemia: dal “piccolo laboratorio per la didattica a distanza” di Luca Molinari, professore associato all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, al concetto di “consumo collaborativo” esposto da Andrea Boschetti; dalla possibilità di nuove misure a sostegno della professione auspicate da Selina Bertola fino all’idea di Roberto Forte, che già si trova a lavorare tra Milano, Catania e Milano e parla di “incentivi allo sviluppo di nuovi livelli di adattabilità spaziale”. Per arrivare infine allo studio pratese ECOL, che prende in esame la metamorfosi nel rapporto tra spazio pubblico e spazio privato e a Stefano Boeri, che ci parla di tempo, corpo e città.