Emilio Fuentes Traverso è un giovane artista cileno che si sta facendo notare per una ricerca capace di intrecciare fotografia, scultura e geologia, ma anche arte tessile, scienza e filosofia. Dal 2008 — fino alle più recenti contraformas, sculture di pietre “cucite” — il suo percorso lo ha portato a partecipare a mostre personali e collettive, workshop, fiere e concorsi tra Cile, Germania, Stati Uniti, Spagna, Brasile, Slovenia, Argentina e Messico. Ne emerge un’arte eclettica, raffinata e concettuale, con risvolti estetici sempre più marcati: lavori che si muovono verso forme dinamiche e quasi cinetiche, dove l’equilibrio diventa un elemento crescente e affascinante, e “vibra” nella contrapposizione di tagli, sovrapposizioni e accostamenti ossimorici di materia. Al centro, l’ipotesi di una “terza materia” post-umana, in dialogo con il pensiero di Donna Haraway.
Laureato in Biologia e Scienze dell’Educazione (UMCE), con un Diploma in Fotografia Digitale (PUC) e un Master in Image Studies (UAH), Fuentes Traverso ha affinato il proprio metodo anche attraverso due workshop di produzione e analisi del lavoro (2020–2023) guidati da Rodrigo Zamora, Raimundo Edwards e Catalina Bauer. Negli ultimi anni la sua pratica si è consolidata in un dialogo serrato tra fotografia intervenuta e scultura: paesaggi naturali del Cile vengono trasformati attraverso stratificazioni, collage e operazioni sul volume, mentre il lavoro tridimensionale nasce dall’incontro tra rocce naturali, gesso, cemento, calcestruzzo e filo da cucito. È una ricerca che riflette sulle trasformazioni ambientali — quelle proprie delle dinamiche planetarie e quelle generate dall’azione umana — e sul tempo geologico come matrice invisibile di rocce e paesaggi, fino a interrogare le connessioni minerali tra resti organici e materiali che strutturano lo spazio urbano.
Tra i progetti più significativi figurano le mostre En concreto (In Concrete) (Galería Factoría Santa Rosa, Santiago; Museo Marta Colvin, Chillán), Trabajar con tiempo (Working with Time) (Galería Macchina, Universidad Católica de Chile), Fractura temporal (Temporal Fracture) (Galería de Arte Chimkowe) e Piedra, papel y tijeras (Rock, Paper, Scissors)(CCU Virtual Art Room). Attualmente sta sviluppando il progetto fotografico Neotectónica (Neotectonics), incluso nella collettiva Campos Alterados (Altered Fields), prevista alla Casa del Arte Diego Rivera di Puerto Montt e al Centro Cultural La Moneda di Santiago. Parallelamente, sta producendo nuove opere per la personale Ejercicios de enlaces (Linking Exercises), in programma al Museum of Contemporary Art (MAC) di Santiago del Cile nel primo semestre del 2026.
È iniziato in famiglia: i miei genitori mi hanno lasciato libertà e strumenti per creare, prima con il disegno e poi con la musica. Poi ho scelto la biologia e sono diventato insegnante di scienze. Solo più tardi, con un diploma in fotografia e un Master in Image Studies, ho iniziato a costruire un linguaggio artistico: fotografie intervenute, collage, fino agli oggetti e alle sculture con rocce naturali e antropiche. La svolta vera è arrivata con due anni di mentorship al DARDO: Rodrigo Zamora e Raimundo Edwards sono stati decisivi nel farmi mettere a fuoco il mio percorso, dalla fotografia fino al lavoro con pietre e filo.
In modo profondo: nel mio studio entra il metodo scientifico, dall’osservazione dei fenomeni naturali alla scelta delle variabili, fino alle ipotesi su nuovi tipi di materia. Mi interessa anche che questo sguardo diventi responsabilità, attraverso l’idea di sviluppo sostenibile e cura dell’ambiente. Inoltre, continuo a insegnare biologia e scienze per la cittadinanza alle superiori: divido il tempo tra scuola e pratica artistica, e la didattica alimenta direttamente la ricerca, perché mi costringe a studiare sempre e mi porta continuamente verso nuove letture, approcci e scoperte.

La mia pratica si sviluppa attorno a un asse centrale: le trasformazioni ambientali generate dalle azioni umane, come l’estrattivismo (ad esempio l’attività mineraria); i cambiamenti propri delle dinamiche planetarie negli ambienti naturali; e i processi naturali che permettono la formazione delle rocce.
No, non sbagli: il tempo — e in particolare il tempo geologico — è uno dei temi che più ricorrono nel mio lavoro: riflettere sulle connessioni della materia e sulle trasformazioni che attraversa negli ecosistemi è infatti un obiettivo centrale della mia ricerca, guidata dalle domande sugli eventi naturali che portano alla formazione dei tre grandi gruppi di rocce del pianeta: ignee, sedimentarie e metamorfiche. Mi attrae questa scala temporale perché l’apparizione dell’umanità occupa una porzione minima della storia terrestre: per questo credo che non saremo mai testimoni di tutti i processi evolutivi che la Terra attraverserà. È proprio questa incertezza — e ciò che eccede l’esperienza umana — a motivare il mio processo creativo.
Oggi è possibile identificare un quarto gruppo di rocce, definito “antropico”. Questa nuova classificazione include strutture urbane create con il calcestruzzo: una miscela composta da cemento, sabbia e pietre. Si tratta di un materiale associato al progresso e alla modernità, ma anche all’emissione di elevate concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, contribuendo al riscaldamento globale e a importanti alterazioni climatiche. In questo senso, la mia proposta scultorea suggerisce che, in futuro, la materia creata dall’umanità potrà fondersi con le rocce naturali, dando origine a nuove tipologie di materia.

Sì, hai spiegato perfettamente la mia idea. Il mio intento è anticipare le nuove forme di materia che possono crearsi dopo il passaggio di lunghissimi periodi di tempo. In questo caso, i fili rappresentano le forze naturali che fonderanno la materia naturale e quella antropica, dando origine a questa terza forma di materia o a nuove tipologie di rocce.
Fino a oggi, l’idea centrale del mio lavoro è rappresentata dalle trasformazioni ambientali che il pianeta attraversa, sia in modo naturale sia per effetto antropico. L’evoluzione dei miei progetti richiede periodi di pausa, riposo, osservazione degli ambienti naturali e lettura di articoli scientifici. Da lì inizio a connettere nuovi concetti, sperimentando altri materiali e altre forme.

Il mio lavoro consiste in un insieme di fotografie di paesaggi ed elementi naturali del Cile. Queste immagini vengono raggruppate in base al tipo di intervento materico. Un primo gruppo corrisponde a fotografie intervenute analogicamente con strati della stessa immagine, lavorando con stampe ripetute della medesima fotografia. Un secondo insieme è formato da volumi creati con le stesse fotografie, attraverso la tecnica pop-up. Un terzo gruppo comprende invece interventi che utilizzano immagini provenienti da altre fotografie di texture minerali, con un procedimento simile al collage. Man mano che il mio processo creativo avanza, sento che fotografia e materia si connettono, sia sul piano concettuale sia attraverso l’intervento fisico.
In fondo non l’ho mai abbandonata, semplicemente è rimasta il punto di partenza. Questo processo si è svolto durante la mentorship DARDO. Gli artisti che hanno guidato il mio percorso mi hanno suggerito di smettere di usare la fotografia come fonte espressiva. In altre parole, mi hanno incoraggiato a interrompere l’utilizzo di materiali fotografici, tecniche e medium fotografico. A quel punto, avendo un gran numero di rocce in casa, ho iniziato a intervenire su di esse e a scoprire le loro possibilità come oggetti artistici.
All’inizio è stato soprattutto un processo intuitivo: ho cominciato a intervenire su rocce molto diverse, provando materiali e possibilità. A un certo punto, osservandole a lungo, mi sono accorto che alcune pietre presentavano cavità e fratture che, in una fase della loro storia, erano state “riempite” da materiali naturali. Da lì è nata l’idea: riprendere quel gesto geologico e continuarlo in modo simbolico. Ho iniziato così a colmare quei vuoti con filo da cucito, come se potessi riattivare una memoria interna della roccia. In seguito, il lavoro si è ampliato: ho cominciato a costruire anche oggetti con gesso e cemento.

Nel periodo di sperimentazione e di creazione delle opere della mostra, la mia attenzione si è concentrata sul metamorfismo: un processo naturale in cui le rocce, sottoposte ad alte pressioni e temperature nella crosta terrestre, si trasformano e “si compattano” fino a fondersi allo stato solido, senza arrivare a sciogliersi davvero.
Da qui si è aperta una serie di domande sul futuro geologico delle città: cosa accadrà alle strutture urbane? Quanto a lungo resterà impressa, in esse, una memoria minerale? E fino a che punto ciò che l’uomo costruisce — cemento, calcestruzzo, frammenti di infrastrutture — potrà un giorno entrare in relazione materiale con ciò che è naturale, tra rocce e minerali? La storia ci mostra che molte strutture, o i loro resti, persistono anche quando le comunità umane scompaiono.
Per questo oggi il mio lavoro prende forma come una collezione di rocce naturali, strutture in cemento e oggetti in gesso e cemento, tutti intervenuti con fili da cucito. Il filo serve a riempire e collegare spazi, vuoti e fratture: è una sorta di “ricostruzione anticipatoria” di ciò che non c’è più — o di ciò che potrebbe esserci, se la natura riprendesse il suo corso. Questi gesti mettono in evidenza tensioni, separazioni e unioni forzate: tentano di rendere visibile, quasi in modo grafico, l’idea stessa di metamorfismo — cioè il desiderio di unire e suggerire una fusione senza alterare lo stato solido della materia.

Il “cucire” le pietre, per me, è un gesto di connessione: i fili che uniscono materiali di origine simile o dissimile diventano un’interfaccia tra l’antropico e il naturale e, in chiave poetica e metaforica, rendono visibili i legami della materia del pianeta. Così le opere diventano contenitori di sovrapposizioni, volumi, vuoti, rilievi e texture attraversati da temporalità diverse: un modo per ripensare come le dinamiche planetarie trasformano la materia e come l’umano prova a comprendere la trasformazione come forza che rende percepibile il passaggio del tempo.
Sì, mi riconosco molto in questa dimensione. L’Antropocene e il post-umano, per me, non sono categorie teoriche astratte: sono una realtà materiale che si vede e si tocca. Mi interessa proprio quel punto in cui ciò che l’uomo costruisce — cemento, calcestruzzo, infrastrutture — smette di essere soltanto “umano” e comincia a diventare geologia. Nel mio lavoro cerco di immaginare un tempo in cui la materia antropica e quella naturale non saranno più distinguibili, ma entreranno in una stessa trasformazione, generando forme ibride. È un modo per pensare la materia non solo come traccia della presenza umana, ma come qualcosa che può sopravvivere all’uomo, inglobarlo e continuare a mutare, indipendentemente da noi. In fondo, è anche questo che mi interessa: spostare lo sguardo dall’umano alla materia, come se la Terra avesse una memoria propria e una forza autonoma di trasformazione.
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