Nato a Parigi in una famiglia di artisti, è cresciuto attraversando lo studio tessile della madre per andare a scuola, assorbendo inconsapevolmente quei valori creativi, sociali e ambientali che oggi pervadono la sua pratica. Il suo lavoro, tuttavia, non indulge mai in retoriche edulcorate: è un’indagine diretta, incisiva, radicata in un’eredità culturale che combina l’improvvisazione viscerale del “fare” con una riflessione concettuale sulla contemporaneità.
Lavorando spesso su archetipi domestici come sedie e tavoli, Orta li spinge oltre la soglia dell’uso quotidiano; ciò che sembra destinato ad accogliere il corpo o a organizzare lo spazio si trasforma in scultura, trattenendo la memoria della funzione e, al tempo stesso, disinnescandola per lasciare spazio al significato. Le sue opere esplorano la tensione irrisolta tra natura e industria, evocando un dialogo tra la fragilità dell’organico e la durezza dell’artificiale attraverso forme biomorfe e materiali tattili. Come lui stesso suggerisce, questi oggetti sembrano esseri in metamorfosi, sospesi tra l’artificio iper-lavorato e il decadimento del consumismo.
Questa ricerca ha trovato nuova linfa nella recente e prestigiosa residenza ad Al’Ula, in Arabia Saudita, dove Orta ha intrapreso una direzione creativa che segna un ritorno al gesto primario: l’uso di materiali locali come fango, paglia, fibre di palma e pigmenti naturali ha spostato l’attenzione dalla sperimentazione con lo scarto industriale a un linguaggio più ancestrale, dove l’atto di costruire e impastare precede il design stesso. In questa intervista, l’artista si apre con generosità, guidandoci in un universo fatto di ricordi e riflessioni sulla sostenibilità, invitandoci a chiederci cosa renda davvero abitabile un luogo e dove finisca l’utilità per dare inizio al simbolo. Attraverso il suo racconto, la distinzione tra arte e design si fa porosa, diventando un varco necessario per ripensare il nostro rapporto con lo spazio, la materia e la responsabilità collettiva.
Per chi di voi vorrà potrà incontrarlo di persona al MIART da Andrea Festa Fine Art.

La mia famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione artistica. Sono cresciuto a Parigi, figlio di una coppia di artisti, e da bambino attraversavo lo studio tessile di mia madre ogni giorno per andare a scuola, aiutando anche mio padre con i suoi dipinti durante l’estate. Questo ambiente mi ha immerso nell’arte e nei valori sociali e ambientali trasmessi dai miei genitori, anche se, da piccolo, non sempre lo apprezzavo. Solo più tardi ho compreso il valore delle esperienze che mi hanno dato, come seguire le loro mostre in giro per il mondo o scalare vulcani e piramidi con mia madre. Le mie radici anglo-argentine hanno contribuito a definire una visione multiculturale, anche se vivere in Francia per 25 anni mi ha fatto sentire talvolta sospeso tra identità diverse. Questo senso di non appartenenza mi ha spinto a viaggiare e a esplorare altre culture, che oggi sono una parte essenziale della mia pratica artistica. Mi piace scoprire il modo in cui altre tradizioni producono e creano, combinando tutto come in una ricetta che sorprende.
Ho trovato la mia strada al Design Academy Eindhoven, dove ho scoperto la forza della sperimentazione manuale e concettuale. Venivo da un percorso iniziale in Graphic Design tra Londra e Bruxelles, in cui mi sentivo poco ispirato. A Eindhoven, invece, ho potuto esplorare liberamente i miei interessi: dai progetti sociali al lavoro collaborativo, fino alla performance e al design sperimentale.
Nella mia pratica, ho appreso i principi fondamentali del design, come l’ergonomia, le proporzioni e le tecniche di assemblaggio. Questi servono come base per garantire un equilibrio funzionale e formale. Tuttavia, all’inizio del mio percorso al Design Academy Eindhoven, soprattutto nel lavoro di duo, ero affascinato dall’idea di ignorare alcune di queste regole per esplorare nuovi territori di combinazioni materiche e estetiche. Mi piaceva lasciare spazio all’improvvisazione, come nel jazz, permettendo agli errori di aprire nuove opportunità—a volte un vero processo di apprendimento sul campo. All’epoca non sapevo ancora utilizzare strumenti digitali come il rendering 3D; quindi, partivo da schizzi veloci e lasciavo che il dialogo avvenisse tra i materiali e la mia mente. Ora, dopo anni di esperienza e la possibilità di lavorare con studi di artigianato e tecnologie 3D, credo ancora fermamente che l’imprevedibilità e l’intuizione siano essenziali per il processo creativo.
Sono molto legato alla dimensione manuale e amo creare. Ho imparato molte tecniche da autodidatta, guardando tutorial online o studiando i processi spiegati dalle aziende. Solo negli ultimi due anni ho iniziato a collaborare con artigiani o aziende specializzate per opere che richiedevano tecniche che non potevo realizzare da solo, come la soffiatura del vetro, le fusioni o processi chimici complessi. Ho iniziato in un piccolo garage per biciclette, passando da uno spazio per studenti all’altro, lavorando nel mio tempo libero tra scuola e sperimentazioni. Mi ispiravo alle tecniche dell’industria cinematografica e decorativa e ai ricordi dello studio di scultura dei miei genitori, che usavano materiali economici per prototipi: cartapesta, bottiglie di plastica e colla a caldo. Da lì ho capito che c’era un’infinita possibilità di espressione, oltre i metodi scolastici che spesso mi sembravano ripetitivi.
Il mio approccio è sempre stato guidato dalla domanda: “Come posso realizzare questa forma con questo materiale?” e testandone i limiti. Ad esempio, il primo lavoro sperimentale con OrtaMiklos consisteva nel mescolare calcestruzzo colato con calze e incorporare cavi intrecciati, rivelando le strutture interne dei materiali da costruzione. Tutto era facilmente reperibile in ferramenta o discariche. Vedo le tecniche come una “cassetta degli attrezzi”: impari abbastanza praticandole, aggiungendole una alla volta, fino a capire come padroneggiarle e applicarle. Oggi, dopo aver affrontato alcuni problemi di salute, sto rivalutando il mio approccio: collaboro sempre di più con aziende ben attrezzate e sperimento materiali più sostenibili o tecniche a basso impatto ambientale. Questo mi permette di produrre in modo più consapevole e adatto al mondo contemporaneo. Amo lavorare fuori dallo studio, soprattutto quando viaggio, per imparare nuove tecniche artigianali come la tessitura o i mattoni di fango.
Il mio lavoro si nutre profondamente dell’arte degli altri. Osservare le opere nei musei mi ispira e mi aiuta a comprendere come gli artisti abbiano modellato non solo la storia, ma anche la loro stessa pratica. Henry Moore mi affascina per la sua capacità di trasformare il corpo da figurativo ad astratto. Niki de Saint Phalle mi conquista con il suo universo immaginifico fatto di mostri e credenze spirituali. Artisti come Phyllida Barlow, Isamu Noguchi o Germaine Richier mi colpiscono per la loro sensibilità verso la natura, i materiali e le dinamiche politiche del loro tempo.
Ma è infondo vero che il surrealismo, in particolare, rappresenta per me un modo di interpretare o sfuggire alla realtà sociale e politica, un’attitudine ancora attuale in un’epoca di crisi globali. Mostre come Surrealismo al Pompidou o Atomic Age al Museo d’Arte Moderna di Parigi mi hanno mostrato come ogni artista affronti le sfide del proprio tempo con linguaggi diversi. Questo mi conforta e mi ispira.
Molto ed è entrata nel mio percorso proprio attraverso l’influenza del surrealismo, che esplorava sogni e pensieri del subconscio. Leggendo British Surrealism di Michel Remy, ho scoperto il concetto di Psicorealismo di Grace Pailthorpe e Reuben Mednikoff, che combinavano analisi mentale e creazione artistica. Questo approccio mi ha fatto riflettere sul potere rigenerativo dell’arte, un’idea che ho approfondito anche studiando la mia prozia Emmy Bridgewater, co-fondatrice del surrealismo a Birmingham. Durante un periodo di burnout, ho intrapreso la terapia Gestalt per affrontare paure e comportamenti che pensavo potessero essere legati a condizioni ereditarie, come il disturbo bipolare. In quel momento, ho scoperto come canalizzare emozioni intense—rabbia, paura, frustrazione—attraverso l’arte.
A pensarci bene Phoenix è un’opera che è diventata per me un vero oggetto di guarigione. Mi sentivo come se stessi bruciando dall’interno, un processo di autodistruzione che ho tradotto in forme e colori. La poltrona Phoenix rappresenta la rinascita, ispirata al pensiero di Gaston Bachelard sul fuoco come simbolo di trasformazione e al concetto di Eraclito, secondo cui il fuoco è sia fine che inizio. L’opera raffigura uno scheletro di uccello che risorge dalle ceneri, un simbolo di rigenerazione. È stata per me un modo per trasformare il dolore in un atto creativo, rendendo il fuoco non solo distruttivo, ma anche una fonte di rinascita e speranza.
Il mio primo incontro con i materiali industriali recuperati è avvenuto in Olanda, davanti a una gigantesca discarica di cavi. D’istinto, mi sono arrampicato sopra, restando intrappolato come un insetto tra i rifiuti. Poi, ho immaginato me stesso come un ragno, capace di tessere nuove reti e narrazioni. Da quel momento ho iniziato a esplorare la composizione degli oggetti—abiti, elettronica, beni di consumo—e il loro ciclo di vita, spesso più vicino allo spreco che al riuso. Una visita a una società di smistamento è stata illuminante: gli abiti invenduti dai negozi di seconda mano venivano ridistribuiti tra Europa, Asia e Africa, ma molti finivano comunque bruciati o in discarica, impossibili da riciclare per la scarsa qualità o le fibre miste. In India, persino scarpe spaiate venivano spedite con la speranza di ritrovare il paio mancante. Questa ricerca ha ispirato una performance con OrtaMiklos, in cui ho trasportato un cubo di 1,5 metri di vestiti attraverso la città, evocando la Sfera di giornali di Michelangelo Pistoletto. Un gesto simbolico per interrogarsi sulla circolarità, sullo spreco e sulla nostra responsabilità come creatori.
Decisamente una tensione irrisolta. Le mie opere somigliano a “esseri viventi” in continua evoluzione, sospesi tra natura e industria. Questi organismi sono in uno stato di metamorfosi, riflettendo il nostro mondo contemporaneo, che oscilla tra strutture iper-lavorate e il decadimento del consumismo. Le forme biomorfe e i materiali tattili richiamano la fluidità e l’adattabilità della natura, mentre gli elementi sintetici introducono rigidità e intrusione. Questa dualità esplora l’ambiguità della loro relazione: si stanno fondendo armoniosamente o uno prevale sull’altro?
Evito di usare materiali “green” solo per sembrare responsabile. Quando scelgo materiali bio-based, cerco di capirne le origini, i produttori e il messaggio che voglio trasmettere. Mi sto concentrando sempre più su materiali locali, collaborando con agricoltori e produttori vicino al mio studio per sviluppare sistemi che valorizzino fibre, terra, paste e cellulosa. Parlo spesso del ruolo della plastica, una presenza inevitabile nella nostra vita. Non possiamo eliminarla, ma dobbiamo imparare a gestirla e usarla consapevolmente. Cerco di esprimere questa complessità attraverso materiali e colori che suscitano disgusto, paura o attrazione, come nel caso del tarama: il rosa brillante attrae, ma è un colore chimico che nasconde la sua realtà naturale. Un’altra fonte di ispirazione è l’elenco IUCN delle specie in pericolo o estinte, che mi aiuta a riflettere sulla diversità e la preziosità della vita. Colori, forme e adattamenti di queste creature influenzano la creazione dei miei esseri ibridi tra flora e fauna. Non cerco di fornire risposte definitive, ma piuttosto di sensibilizzare, stimolare riflessioni e ispirare cambiamento.
È un po’ tutte e tre le cose, in modo naturale piuttosto che deliberato. I materiali di scarto industriale mi attraggono per la loro storia: hanno già avuto una funzione e portano con sé un passato. In questo senso, è un atto di memoria, preservando e reinventando ciò che è stato scartato. Ma è anche trasformazione. Quando combino questi materiali con forme biomorfe, creo un’identità nuova che fonde il mondo artificiale con quello naturale, sollevando interrogativi sul nostro rapporto con industria, natura e corpo. Infine, è resistenza. Rifiuto l’idea che ciò che è “esaurito” non abbia più valore. Recuperare e reinventare i materiali è una ribellione contro la cultura dell’usa e getta. Tuttavia, il processo è guidato dalla curiosità più che dalla pianificazione: esploro la tensione e l’armonia tra questi elementi e lascio che il lavoro mi conduca.
Il design risponde a un tema, offre soluzioni e propone nuove prospettive. È funzionale, ma può anche essere concettuale, decorativo o innovativo. Lo utilizzo per ispirare, trasportare le persone in mondi immaginari, arredare spazi e condividere conoscenza. Tuttavia, questi stessi principi si riflettono nella mia pratica artistica. Ho imparato a muovermi tra arte e design, trovando un equilibrio tra i due. Oggi mi considero sia artista visivo che designer, capace di spaziare tra progetti funzionali e sperimentali. Una sedia scultorea, ad esempio, resta una sedia se mantiene la sua funzione—altezza di 45 cm, inclinazione dello schienale a 3°, ergonomia testata—ma può anche affrontare temi sociali, politici o ambientali. Questa fusione invita il pubblico a riflettere, superando i confini tra estetica e utilità.
Le mie opere nascono da scoperte fatte lungo il percorso: viaggi sul campo, conversazioni con filosofi e attivisti, tutti intrecciati in forme coese o assemblaggi. Sono stratificate, e spero che il pubblico possa cogliere alcune di queste sfumature attraverso dipinti, film o fotografie che riflettono le mie esperienze. Tuttavia, credo sia essenziale lasciare spazio all’interpretazione personale. È importante fornire un contesto, ma anche stimolare domande e riflessioni. Le emozioni sono molto personali, ed è importante che ogni spettatore possa rivelare la propria sensibilità verso un’opera. Penso spesso ai miei amici non appartenenti al mondo dell’arte, che visitano spazi come il Palais de Tokyo e si lamentano della difficoltà di capire o lasciarsi coinvolgere dalle opere. È importante riuscire a comunicare con un pubblico ampio senza decontestualizzare il lavoro o ridurlo a puro intrattenimento.
Attraverso le parole di Emmanuel Coccia e Andreas Weber, vedo la sensibilità come una competenza da coltivare per capire come viviamo sulla terra e le storie che lasciamo. Un esempio che mi ha colpito profondamente è stata l’installazione di Anselm Kiefer al Grand Palais Éphémère nel dicembre 2021, che ha saputo trasportarmi nelle sue emozioni, facendomi sentire dolore, smarrimento e tristezza.
Il lino, senza dubbio. Vicino al mio studio c’è una fabbrica che produce diverse qualità di lino, gestita da una famiglia alla terza generazione che coltiva e lavora questa risorsa per il settore edilizio, tessile e degli isolanti. Vorrei esplorare il lino nelle sue forme più grezze e non lavorate, trasformandolo in superfici intrecciate, imbottiture o paste di cellulosa. La mia recente residenza in Arabia Saudita, dove ho appreso l’arte dei mattoni di fango, mi ha motivato a cercare artigiani che lavorano il lino in diverse applicazioni. Questo materiale rappresenta per me una connessione tra tradizione e innovazione.