Carnate appartiene a quella parte di Brianza che si offre come margine e come cerniera, in una condizione geografica sospesa tra la piana orientale milanese e la dorsale collinare che sale verso Lecco. È un territorio attraversato da stratificazioni lente: campi residuali, cortine vegetali derivate dalla trama agricola storica, episodi di archeologia industriale, residenze novecentesche nate per addizione progressiva.
Il Parco del Molgora rappresenta la matrice ambientale e percettiva più riconoscibile: un corridoio ecologico che modella visuali, microclimi, attraversamenti lenti; un’infrastruttura ambientale a cui Carnate deve, in larga parte, la propria identità territoriale. È lungo questa dorsale verde che si colloca l’ambito ZR1 di via Fornace, luogo di interfaccia tra la recente espansione residenziale e il sistema naturalistico del Molgora.
Il nuovo intervento residenziale non si limita dunque a colmare un vuoto urbano: affronta un compito più complesso, quello di reinterpretare un territorio denso di stratificazioni per restituirgli un ordine leggibile e contemporaneo, senza cadere nella retorica nostalgica dell’archeologia industriale. Il contesto diventa progetto, la soglia si fa infrastruttura, la memoria industriale diventa figura insediativa.
La brughiera di Carnate, originariamente terra incolta e condivisa dalla comunità, viene progressivamente privatizzata grazie alle riforme di Maria Teresa d’Austria che mirano a rendere produttivi i terreni marginali. In questo contesto, la famiglia Rossi acquisisce i primi lotti che formeranno la futura località Fornace. Il paesaggio brianzolo, con le sue coltivazioni rivela una complessa e affascinante struttura agricola ormai quasi scomparsa.
La Fornace Gargantini rappresenta la prima attività laterizia di Carnate, ma il suo declino, dovuto alla scarsità di argilla, apre la strada alla fondazione di una nuova e più moderna fornace nella brughiera de’ Capitani. Con l’arrivo della ferrovia nel 1873 e la crisi agricola che spinge molti contadini ad abbandonare i campi, la Fornace Sesana diventa un punto di riferimento per l’economia locale. Qui gli ex agricoltori si trasformano in fornaciai, affrontando ritmi durissimi e carichi di mattoni che testimoniano la nascita del nuovo volto industriale del paese.
Nel corso del Novecento la Fornace Sesana viene modernizzata con il metodo Hoffmann, mentre accanto si sviluppa la Ceramica Briantea, destinata a produrre isolanti elettrici. L’acquisto dell’impianto da parte della famiglia Colombo, di origine ebraica, coincide però con gli anni delle persecuzioni razziali: l’azienda viene confiscata, Piero Colombo è costretto alla fuga e i genitori Alessandro e Ilda vengono deportati ad Auschwitz. La storia industriale della località Fornace si intreccia così con una pagina tragica e profondamente umana della storia del Novecento.
La corte aperta, la casa rurale, il laterizio strutturale e la presenza verticale sedimentata sono riletti in chiave contemporanea. La corte diventa dispositivo di relazione con il paesaggio, mentre gli edifici lineari seguono una variazione controllata. Laterizio e traccia della ciminiera, trasformata in impronta a terra, diventano principi generativi che aggiornano la memoria del luogo in un nuovo linguaggio architettonico.
La rigidità delle stecche cede a volumi frammentati attorno a una corte aperta verso il Molgora. Le cinque Case e la Villa creano una skyline bassa e porosa, segnata da portici e logge. La base della ciminiera diventa luogo di relazione e cuore simbolico del quartiere, trasformando la memoria industriale.
La materia diventa ponte tra passato e presente: laterizio, intonaci neutri, legno e coppi definiscono un linguaggio legato alla fornace. Il laterizio ordina i fronti, mentre intonaci chiari e sistemi performanti garantiscono continuità cromatica ed energia efficiente.
Il progetto considera il paesaggio un’infrastruttura attiva: rete verde con specie autoctone, siepi, suoli permeabili e micro-topografie drenanti collega il lotto al Parco del Molgora e crea comfort climatico. Ricuce il margine urbano, costruendo un’identità contemporanea fondata su suolo e relazioni.
La Residenza Antica Fornace diventa modello replicabile di rigenerazione: paesaggio come regola, materia come racconto. Il progetto ricuce il margine urbano e dimostra come suolo, vuoto e storia possano generare un’identità contemporanea.
Alla fine del 2019, il Centro Parrocchiale San Paolo Apostolo ha celebrato i cinquant’anni dalla posa della prima pietra: un traguardo incredibilmente significativo per uno spazio cittadino che continua a essere tra i socialmente più vibranti della città di Bergamo.
Per l’occasione, Schiavi Spa ha dedicato a questo importante complesso una lunga serie di contenuti tematici: una retrospettiva esaustiva e completa che riesamina e descrive le molteplici sfaccettature architettoniche, sociali e storico-culturali dell’opera.
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