«Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira […]. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati […]. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato. […] Di quest’onda che rifluisce dai ricordi la città s’imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira qual è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale» (Italo Calvino, Le Città Invisibili, Einaudi, Torino 1972, pp. 18-19).

Il restauro soffia un’anima nuova in un edificio antico. Prima ancora che si montino le impalcature, i lavori esordiscono in archivio perché i documenti guidino l’intervento. Le storie di una casa sono come le sue fondamenta: invisibili, portanti e plurali. I cartocci di granturco nei materassi più umili, i baffi ravviati con la paraffina, le sfumature del lume a petrolio, le trecce delle nubili o lo chignon delle donne maritate. Qualcosa di questo passato non passa ma rimane nelle architetture, rendendole eleganti e calorose. Il catasto Napoleonico e quello Lombardo-Veneto (‘800) fino al Cessato catasto, redatto dopo l’Unità d’Italia per uniformare tradizioni di rilievo tra loro difformi. Tra altre, queste fonti documentano le residenze storiche in ambito lombardo. Atti di formazione, mappe, sommarioni, trasporti d’estimo e libri partitari si succedono al tavolo dell’archivista. Carte così croccanti alludono spesso a un atto notarile, che può allegare la descrizione della casa o persino l’inventario dei suoi arredi.

I documenti sono sugli scaffali, dunque, e gli scaffali negli archivi. Ma questo dissepolto scheletro di civici, stime, date e nomi pretende una carne raccontata per rinascere davvero. È necessario allora percorrere le vite dei proprietari: lo stemma nobiliare sul portone o la ricchezza radunata con ruvide mani; mogli baciate all’altare e braccia che sporgono i bimbi al fonte battesimale. Il malato deve esibire attestato di confessione firmato dal prete, perché il medico torni in vista al suo capezzale. I sarti sono spesso barbieri e i barbieri chirurghi, competenti almeno per i salassi. Sulle labbra dei battezzandi il sacerdote mette del sale, simbolo sapiente, prima di infondere l’acqua benedetta sul loro capo. Ma colorite espressioni dialettali augurano che il bimbo agisca a rovescio, tenendo l’acqua in bocca e il sale in zucca. Il secolo è fatto di giorni e dettagli. Solo questa paziente ricerca ispira il restauro, perché ritrovi i lineamenti di un edificio storico e coniughi qui al futuro i verbi più antichi: vivere, esserci, abitare.

Archivio fotografico Demetrio Oberti – Lovere