Come ben sappiamo, la bioedilizia (chiamata anche edilizia sostenibile) rappresenta una cruciale alternativa all’edilizia tradizionale e opera nel completo rispetto del rapporto tra uomo, edificio e ambiente. In termini pratici, la bioedilizia si propone di ridurre quanto più possibile l’impatto delle costruzioni sia sulla salute del pianeta che su quella delle persone, utilizzando risorse limitate e rinnovabili, ossia inquinando meno.

Partendo da questi presupposti di base, non sorprende affatto scoprire che il legno rappresenti uno degli elementi portanti nella costruzione di case passive. Il legno è infatti il più antico materiale utilizzato dal genere umano per costruire e, dopo secoli di almeno parziale oblio, è ora tornato alla ribalta proprio per la sua intrinseca alleanza con il concetto di sostenibilità ambientale.

I principali vantaggi di utilizzare il legno nelle case passive sono semplici e, al contempo, determinanti: da un lato permette di ridurre gli sprechi di materiale perché è completamente riciclabile e, dall’altro, influisce in modo significativo sull’efficienza energetica della costruzione. In questo senso è fondamentale ricordare peraltro che, a partire dal 2021, ci si attende che tutti i nuovi edifici puntino proprio al raggiungimento di questo obiettivo.

Il legno nell’edilizia sostenibile: attenzione alle fonti

Tuttavia, perché il legno possa davvero soddisfare i requisiti di ecosostenibilità richiesti dalla bioedilizia, è essenziale che provenga da foreste gestite in modo sostenibile e certificato. In questo senso, i semilavorati in legno ampiamente utilizzati in fase costruttiva dovranno dunque essere scelti con la massima attenzione, sempre con l’obiettivo di coniugare le loro performance con un maggiore rispetto dell’ambiente.

Nelle case passive, questi materiali sono utilizzati ampiamente per le loro capacità di isolare gli ambienti a livello termico (ma anche acustico!), favorendo la creazione di un microclima virtuoso all’interno degli spazi domestici e limitando al minimo i ponti termici e dunque le dispersioni. Ciò si traduce in una riduzione massiccia della quantità di energia necessaria sia a riscaldare che a raffrescare gli ambienti.

Diversamente dal classico cemento, la cui produzione necessita di una quantità notevole di energia e genera anidride carbonica, il legno è totalmente rinnovabile, “pulito” e può essere impiegato con successo anche per la realizzazione di edifici antisismici, grazie alle sue innate doti di elasticità.

L’obiettivo di domani, in termini più ampi, non riguarda però tanto l’impiego sempre più diffuso del legno in edilizia, quanto piuttosto la realizzazione di case a emissioni zero, o almeno quasi zero. È questo il principio della casa passiva, intesa come autosufficiente nei suoi fabbisogni energetici e in grado di garantire l’eccellente comfort abitativo ormai fondamentale per il settore. Delle case ad altissima performance (i cosiddetti NZEB, Near Zero Energy Building), si parla da tempo e tutti gli immobili costruiti in Europa a partire dal 2021 dovranno avere questa caratteristica.

Per raggiungere questo obiettivo, la bioedilizia si propone di utilizzare non soltanto più legno, ma anche materiali per lungo tempo messi da parte – e altrettanto green – e materiali di nuova concezione, risultato di importanti investimenti nell’ambito di Ricerca e Sviluppo.

La riscoperta di materiali storici nella bioedilizia

È inevitabile: il cuore della bioedilizia è la sostenibilità ambientale unita al comfort abitativo. Sia che si tratti di nuovi edifici che di risanamento o consolidamento di strutture preesistenti, la direttrice su cui muoversi è sempre quella dei materiali che impattino il meno possibile sulla salute del pianeta.

Ecco dunque che, oltre al già citato legno, si punta moltissimo a materiali storici e tradizionali che, per secoli, sono finiti nel dimenticatoio in favore di quelli utilizzati nell’edilizia tradizionale.

Tra questi, le malte romane – che si differenziano dai cementi moderni non tanto in termini di materiali, quanto piuttosto di metodiche produttive, nello specifico la miscelazione a freddo – a varie calci certificate sia per materie prime che per ciclo di produzione.

Senza contare materiali inediti come la lolla di riso e persino i gusci d’uova, che sarebbero perfetti per dare vita a nuove ed estremamente performanti malte “verdi”. Nello specifico, la lolla di riso è ricca di silice e incenerita nelle centrali a biomassa può essere utilizzata come materia prima. Per quanto riguarda invece i gusci d’uovo, contengono carbonato di calcio puro al 98% (rispetto al 70-80% garantito da una pietra di cava) e possono essere cotti a “soli” 700°C (rispetto ai 900-950°C canonici delle classiche malte), risparmiando energia e riducendo le emissioni di CO2.